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Tripla anticoagulazione nell’anziano: più rischi che benefici

La scelta della terapia antitrombotica nei pazienti con fibrillazione atriale e stent coronarico presenta non poche difficoltà derivanti dalla necessità di bilanciare il rischio tromboembolico, il rischio ischemico ed il rischio emorragico. Le difficoltà aumentano nel paziente anziano che presenta un rischio aumentato di ictus tromboembolico, di recidiva ischemica e un più elevato rischio emorragico, a fronte di minori evidenze scientifiche derivanti dal fatto che sono spesso sottorappresentati nei trial clinici o ne sono del tutto esclusi.

Gli autori dello studio Use and Outcomes of Triple Therapy Among Older Patients With Acute Myocardial Infarction and Atrial Fibrillation hanno pertanto voluto confrontare efficacia e sicurezza della triplice terapia anticoagulante (warfarin + doppia antiaggregazione) rispetto alla sola doppia antiaggregazione (DAPT).

Sono stati esaminati 4.949 pazienti di età ≥ 65 anni con fibrillazione atriale e infarto miocardico acuto e sottoposti a stenting coronarico e inclusi in un registro. Di questi, 1.270 (27,6%) erano stati dimessi con la triplice terapia. L’efficacia é stata valutata come incidenza di eventi cardiovascolari maggiori, la sicurezza sulla base delle riammissioni per eventi emorragici.

I pazienti trattati con la triplice terapia hanno presentato un rischio di eventi cardiovascolari maggiori paragonabile a quello dei pazienti in DAPT (HR: 0.99; IC 95% 1.31 – 1.97) e un rischio più elevato di riospedalizzazione per evento emorragico maggiore (HR 1.61; IC 95% 1.31 – 1.97), in particolare per emorragia intracranica (HR 2.04; IC 95% 1.25 – 3.34).

Sulla base di questi risultati sembrerebbe, quindi, che l’aggiunta della terapia anticoagulante alla doppia antiaggregazione piastrinica nel paziente anziano comporti solo svantaggi in termini di eventi emorragici, soprattutto intracranici e andrebbe, pertanto, evitata. Restano però dubbi legati alla natura osservazionale dello studio, i cui risultati andrebbero confermati da trial prospettici.
Inoltre la questione del trattamento ottimale nei pazienti a rischio sia ischemico che emorragico resta aperta ai contributi che potrebbero derivare dall’utilizzo dei nuovi anticoagulanti orali (NAO) e dall’attuazione di schemi diversi di terapia antitrombotica che prevedano l’utilizzo di un trattamento anticoagulante più un solo antiaggregante.

Fonte
Use and Outcomes of Triple Therapy Among Older Patients With Acute Myocardial Infarction and Atrial Fibrillation.Hess CN, Peterson ED, Peng SA, de Lemos J, Fosbol EL, Thomas L, Bhatt DL, Saucedo JF, Wang TY.J Am Coll Cardiol. 2015 Aug 11;66(6):616-27. doi: 10.1016/j.jacc.2015.05.062.

Gaetano D’Ambrosio

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1 Commento su "Tripla anticoagulazione nell’anziano: più rischi che benefici"

  1. marco fabio zanca | 18 Settembre 2016 in 15:05 | Rispondi

    Dalla mia personale esperienza e in virtu’ dei consigli e suggerimenti del Professor Pengo che ho seguito durante il Master in angiologia frequentato a Bologna(2007-2009) concordo perfettamente con Lui che la tripla terapia va effettuata seppur nell’ambito di una terapia personalizzata e attentamente valutata sulla base dei dati clinici e dei risultati degli esami strumentali.Vi sono dei casi in cui il rischio trombotico legato alla coagulazione e quello legato alla aggregazione piastrinica sono decisamente aumentati.Va poi sottolineato che le due terapie si potenziano a vicenda in quanto la TAO inibisce la aggregazione piastrinica indotta dalla trombina.Scusate se e’ poco!

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